La Morte e la Fanciulla

Note di regia

       La morte e la fanciulla

       di Ariel Dorfman

       Tra i tanti lati oscuri della nostra storia recente, non ancora venuti completamente alla luce, ci sono sicuramente gli anni delle dittature cilena ed argentina degli anni 70 e dei primi anni 80.

 

    Anni di terrore, caratterizzati da tanti, troppi casi di “desaparecidos”, persone rapite per motivi politici dalle forze governative e poi scomparse per sempre.

 

      Sappiamo che dietro queste sparizioni si nascondevano campi di concentramento, torture e nella maggior parte dei casi la morte, ma ancora oggi la verità è spesso coperta da un omertoso velo di silenzio.

 

      Memorabile fu lo scandaloso Mondiale di calcio del 1978 in Argentina, quando tutto il mondo si divertiva e festeggiava per le strade di quel Paese malgrado si sapesse benissimo quali orrori e torture vi si perpetrassero.

 

     Il Governo usò il Mondiale per nascondere la verità e far apparire l'Argentina come un gioioso e tranquillo paese in democrazia.

 

      Il testo di Dorfman è un capolavoro, e ha il grande merito di voler far luce su quella terribile pagina di storia, che soltanto i numeri possono far apparire come tragedia minore rispetto, ad esempio, a quella della Shoah.

 

    Con una sceneggiatura che analizza tutti i punti chiave, l'orrore della dittatura, le terrificanti torture, i diritti umani calpestati, la follia e la crudeltà, i danni e le implicazioni psicologiche, i ricordi, i traumi, l'inutilità della vendetta, lo scambio dei ruoli di vittima e carnefice, la debolezza e la forza umana, la disperazione, il desiderio di giustizia e di verità, cattura da subito l’attenzione dello spettatore, tenendolo inchiodato alla poltrona con una capacità narrativa tesa e claustrofobica che, tuttavia, non cade mai nella staticità.

 

    Tre soli attori in scena a scambiarsi dialoghi serratissimi, ora cruenti, ora commoventi, ora drammatici, a volte perfino ironicamente amaro-divertenti, ma in ogni caso sempre molto intensi grazie ad un livello di scrittura altissimo e senza nessun calo di tensione, che anzi nel finale, al momento della confessione del dottor Miranda, raggiunge un'intensità straordinaria.

 

    Molto impegnative le prove attoriali, una autentica sfida, data la complessità dei personaggi, a cominciare da Paulina Salas, la donna che crede di riconoscere in quel dottore - piombato quasi per caso in casa sua - il medico che quindici anni prima, durante la dittatura, l’aveva  martoriata fisicamente e psicologicamente.

 

    Annarita Sordoni è davvero convincente nel modo in cui riesce a tratteggiare le tante sfaccettature psicologiche del suo personaggio, che rappresenta tutte le vittime innocenti di quella tragedia.

 

    Cosa succede quando ci si trova di nuovo davanti al proprio aguzzino, ammesso poi che sia davvero lui?

    E' legittimo vendicarsi?

    E' legittimo utilizzare quegli stessi mezzi?

    Quali meccanismi morbosi ci sono dietro gli atti terribili subiti?

    Quante cose sono state rimosse o coperte e ora vengono a galla?

 

    Quello di Paulina diventa così il tentativo di far venire a galla la verità storica, alla ricerca sì di vendetta, perché altro non può essere, ma di una vendetta più etica e morale che fisica, una vendetta che in qualche moda possa assomigliare ad una sorta di giustizia.

 

    A sua volta Sergio Armani, nel ruolo del dottor Miranda, è bravo nell'accompagnare l'evoluzione del suo personaggio, rivelandone mano a mano la vera natura, con una tensione costante che lascia però aperto un margine di dubbio, perché fino alla fine non si capisce se realmente quell'uomo, immobilizzato su una sedia, sia davvero colpevole o solo l’innocente vittima di un crudele scherzo del destino.


     Riccardo Rossi, infine, appare del tutto a suo agio nel ruolo ambiguo di Gerardo Escobar, avvocato e marito di Paulina, che più che indagare e condannare sembrerebbe preferire soltanto dimenticare, per potersi dedicare alla sua nuova carriera politica.

     Gerardo potrebbe a prima vista sembrare l'anello debole della storia, quasi un terzo incomodo nello scontro tra vittima e carnefice, ma in realtà il suo è un personaggio altrettanto fondamentale, che non mancherà di riservare altrettante sorprese.

   E’ con queste premesse che si sviluppa lo spettacolo, dipanandosi in una girandola di emozioni che non permette distrazioni, e che lascia alla fine aperta la domanda fondamentale: può esistere davvero una giustizia in grado di riparare a tanto orrore?

      G.P.